
Il pellegrinaggio in Terra Santa può essere determinato da uno spirito di fede o di pura curiosità, ma segna in modo più o meno profondo chiunque, credente o non credente. Chi vi è stato avverte di avere fatto un’esperienza straordinaria che o lo conferma radicalmente nella sua fede o, senza dubbio, lo avvia a seguire nel resto della vita il percorso di una ricerca, seppure laica, di una verità più umana e genuina.
Ognuno sente il desiderio di tornarvi, di leggere meglio i segni che gli si sono presentati, di andare al di là del fenomeno, di cogliere più in fondo, di scavare dentro le pietre, la sabbia, l’acqua, l’aria e soprattutto dentro di sé, nel proprio silenzio, per colmare dei vuoti lucidamente ampli e abissali nella sua conoscenza e nella sua coscienza. Quanto più si va su quelle tracce, tanto più si colgono sensazioni, suggestioni, sentimenti nuovi, diversi da quelli precedenti. E’ come leggere i Vangeli: si scopre sempre una verità di più vasto orizzonte. Non a caso la Terra Santa è stata definita “il quinto Vangelo”.[1] Infatti la Terra Santa è come la Parola di Dio, è il lembo della Terra – allora e oggi agitato e tormentato – dove